Arturo Giovanli

Per chi lo conosce già troverà certamente riduttivo e poco significativa la descrizione seguente perché sono molte le cose da raccontare e dire su quest'uomo che riesce ancora a vivere con principi e valori unici e veri.

Mentre per chi non lo conosce di persona e legge queste poche righe a lui dedicate avrà sicuramente la percezione che stiamo parlando di un uomo speciale, particolare per certi aspetti affascinante, forse quel tipo di persona che molte volte abbiamo immaginato leggendo storie d'altri tempi.

Arturo è nato il 22 gennaio del 1949, a Spino, in Val Bregaglia, e vive a Promontogno al piccolo castello di Nosa Donna, ha sempre avuto fin da piccolo una concezione della vita basata sul rispetto e la giustizia, che hanno condizionato il suo carattere e la sua personalità.

Durante la sua infanzia per vivere ha sempre dovuto cavarsela da solo ed ha imparato a dare il giusto valore alle cose, l'amore per la natura, gli animali e la montagna.

Aveva quattordici anni quando cominciò a lavorare con le capre sui monti della Bregaglia, a sedici anni aveva già una cinquanta di capre tutte sue, e la sua vita cambia radicalmente, per diversi mesi all'anno Arturo vive solo, in una piccola baita ai piedi della Bondasca.

La sua giornata è dura e faticosa ma Arturo ricorda quei momenti come i più belli della sua vita!

La passione per la montagna arriva quando con il cugino Guido, scala a mani nude e con i suoi scarponi da pastore tutte le montagne della Valle, rischiando e osando troppo, forse oltre i limiti.

La prima scalata con il cugino è nel 1969, sale il "Fer da Stir".

Il loro riferimento del momento è Bruno Hoffmeister, guida e scalatore di Bondo.

Le capre riempiono la vita di Arturo sino al 1971, anno in cui si iscrive al corso per diventare guida alpina, oramai ha 22 anni e deve pensare a guadagnarsi da vivere. Fare la guida gli permetterebbe di avere un lavoro, essere autonomo, approfondire il suo amore per la montagna.

Arturo è guida alpina nel 1971, conosce e frequenta tutte le montagne svizzere, si dedica poi a girare per l'Europa e per il mondo. Nel 1975 organizza una spedizione in Alaska, alla conquista del Mount McKinley (la vetta più alta del Nord America). L'anno successivo la scalata al Mount Hunter, sempre nel Nord America. Sono scalate poverissime di mezzi, vere e proprie avventure, ricchissime però di emozioni che Arturo condivide attraverso bellissimi filmati in Super8 che, d'inverno, proietta nei vari circoli alpini e nelle scuole della Bregaglia.

In seguito si dedica a scalate in tutta Europa e in particolar modo in Cecoslovacchia per lunghi periodi, dove le pareti si affrontano a mani nude.

L'incontro che cambierà la sua vita avviene alla fine degli anni '70 con l'alpinista Franco Della Torre che gli propone una prima spedizione in Nepal, dove Arturo affronta un 6 mila metri nel mezzo di una bufera.

Rimane solo e in balia delle valanghe per tre giorni, ma ce la fa grazie al suo fisico fortissimo. Rifiuta sempre di fare uso di bombole d'ossigeno, scalare, per Arturo, significa amare e confrontarsi con la montagna.

Seguono altre spedizioni in Asia, poi la scoperta della Patagonia cilena. Vette durissime disperse in un oceano di ghiaccio. Arturo e i suoi amici soccombono al fascino crudele della Patagonia, fino all'avventura più terribile della sua vita.

Nel Novembre del 1993, Arturo e Franco decidono di attraversare a piedi il vastissimo Hielo Continentàl, una distesa di ghiaccio lunga più di 400 km, nel cuore della Patagonia cilena. Durante la traversate cominciano a soffiare venti gelidi a 200 km all'ora. Per tre settimane restano bloccati, impossibile avanzare, impossibile tornare sui propri passi. Ogni giorno i due esploratori dedicano ore a costruire muri di neve per proteggere la loro fragile tenda. Un'esperienza durata 60 giorni, gli ultimi 17 senza cibo, masticando l'ultima bustina di thè, nutrendosi di carta igienica, succhiando i pochi sassi che affiorano nella distesa bianca di ghiaccio e neve.

E' un'esperienza devastante, nel corso della quale i due alpinisti fanno prova alternativamente di coraggio e di disperazione. Quando uno non ce la fa più, l'altro lo sostiene e lo incoraggia, quando Arturo al limite della sopportazione urla "Adesso cerco un crepaccio, mi ci butto e la faccio finita", Franco lo abbraccia, lo rincuora, lo riporta alla ragione. Li salvano solo la loro straordinaria forza fisica e un coraggio indomito e irrazionale.

Dopo due mesi di solitudine tra i ghiacciai i due alpinisti troveranno da soli la via della salvezza, mentre sopra le loro teste da giorni i soccorsi si affannano, invano; da soli, ridotti ad un pugno leggerissimo di pelle e ossa, arriveranno all'Estancia Cristina, nella Patagonia argentina. Il loro tentativo di traversata dello Hielo Continentàl è fallito per poche decine di chilometri.

Arturo e Franco nonostante l'esperienza vissuta tornano altre otto volte in Patagonia, tentano e ritentano invano di portare a termine la loro impresa. Durante questi viaggi scoprono sempre qualcosa di nuovo, nella natura con la quale si confrontano e soprattutto dentro se stessi. A Caleta Tortel, una piccola baia nel Golfo di Penas dalla quale riparte ogni loro nuova avventura, consolidano vecchi rapporti e fanno nuove amicizie.

I due avventurosi scalatori si scoprono uomini nuovi e diversi, in quello spazio infinito, in quel silenzio che solo un essere forte e sereno può accettare e superare.

Arriva l'inverno 2006: Franco Della Torre vuole riprovarci, sfidare di nuovo lo Hielo Continentàl. Arturo lo accompagna, ma preferisce fare solo qualche scalata, in particolare al bellissimo Monte San Lorenzo, a quota 3706 metri. Franco non tornerà da quel viaggio, un crepaccio lo inghiotte e lo nasconde per sempre.

Dopo questa tragedia Arturo è provato e la solitudine ogni tanto lo colpisce all'improvviso, e lo attanaglia, allora sale a bordo del suo vecchio pick-up verde e guida per la Valle senza meta e, probabilmente felice, ricordando gli anni della propria giovinezza quando, scalato e ridisceso il Badile all'alba, prendeva la bicicletta, correva fino a Pontresina e si metteva a scalare il Bernina al tramonto, per poter passare la notte tra le nuvole!