ACONCAGUA  “il Tetto delle Americhe”

Il Cerro Aconcagua, mt. 6961,83, situato nella provincia di Mendoza (Argentina) al confine con il Cile, è la montagna più elevata delle americhe. Di origine vulcanica, è composto in gran parte di rocce andesitiche cenozoiche; il limite delle nevi oscilla intorno ai  4800 mt. Ad esso sono attribuiti anche gli appellativi: Padre de los Andes ed El Cantinela de Piedra;
il toponimo in lingua aymarà (Kon-kawa) significa “monte nevoso”.
Che l’Aconcagua sia una montagna ostica è stato chiaro sin dalle nostre prime ricerche bibliografiche. Su di essa quasi tutti i suoi salitori accusano il “soroche”, una forma particolare di mal di montagna, dovuto ad una combinazione dell’estrema rarefazione dell’aria e dall’assenza di umidità che si verifica nelle Ande Cileno-argentine.
La cima è stata raggiunta per la prima volta il 14 gennaio 1897 da Mattia Zurbriggen, da solo, mentre il capospedizione, l’inglese Fitzgerald e tutti gli altri componenti della spedizione sono rimasti fermi a quota 6000, bloccati dal “soroche”, senza riuscire a raggiungere la cima. Altri scalatori illustri, protagonisti di imprese himalayane, hanno dovuto arrendersi e rinunciare. Non sono mancati numerosi casi di morte per sfinimento, per assideramento e per edema polmonare e cerebrale.
Anche il clima di questa montagna sembra costituire un grosso ostacolo: i resoconti parlano di bufere improvvise, di venti violentissimi che superano i 200 km/h, di mutamenti repentini ed imprevedibili, ma anche di lunghi periodi di costante cattivo tempo, con il vento che soffia implacabile per giorni e giorni, rendendo impossibile non solo la progressione, ma anche la permanenza in quota. Per molto tempo gli Argentini hanno adottato la quota ufficiale di mt. 6962, mentre i Cileni (la montagna si trova sul confine tra i due stati) quella di mt. 7021. Solo nel 2000 prende via il Progetto Tower, ovvero Top of the World Elevation Remeasurements del CNR, che ufficialmente stabilisce la quota ufficiale in 6961,83 mt. sul livello del mare, per questo l’Aconcagua è, a tutti gli effetti, la scalata di un “Settemila” e come tale va affrontato.       
 
Nell’autunno del 2001, prende vita un progetto nato da un’idea di Marco Cappi di Blevio (CO)  l’ambizioso obiettivo era quello di organizzare per il mese di Gennaio 2003 una spedizione per il versante Nord dell’Aconcagua, affidandoci alla professionalità della guida alpina Mario Castiglioni di Como al quale ci siamo rivolti per organizzare la spedizione Italo-Svizzera che è stata chiamata  “Expedition 2003 - Aconcagua 6961,83”.

Finalmente il 3 gennaio 2003, dopo 14 mesi di preparativi, partiamo per Mendoza (Argentina) trasferendoci nella zona delle Ande chiamata Vallecitos, dove svolgiamo un programma di acclimatamento scalando cime comprese tra i 4000 e 6000 mt. tra cui il Cerro El Plata.
L’11 gennaio ci trasferiamo a Penitentes (mt. 2700) punto di partenza per le spedizioni dirette all’Aconcagua. Il paesaggio è davvero impressionante, specie per l’estrema aridità del luogo, ma ciò che più colpisce è la vista dell’Aconcagua: imponente, altezzosa proprio come una “Sentinella di pietra” di proporzioni gigantesche che svetta sovrana ed isolata sopra il mare di montagne sottostanti. E pensare che queste ultime sono dei “Cinquemila”!      
Il giorno successivo, dopo aver caricato i muli con parte del nostro equipaggiamento e delle nostre scorte di cibo, iniziamo il cammino a piedi nella lunghissima Valle di Horcones.
La nostra meta è il campo base di Plaza de Mulas, posto a 4300 mt.  Il percorso si presenta grandioso: oltre che dal Cerro Aconcagua, la valle è fiancheggiata da molte altre montagne di aspetto imponente, veri e propri castelli di roccia dai mille colori. Dopo due giorni, guadando più volte il torrente che percorre la valle, giungiamo al campo base. La parte finale del percorso è assai disagevole: la pendenza aumenta, vi sono molti tratti su terreno instabile ed occorre attraversare varie lingue di neve ghiacciata, caratterizzata dai “Penitentes”, formazioni di ghiaccio tipiche delle Ande, che si presentano come piramidi alte fino a 3-4 mt. La zona dove si trova il campo base è abbastanza singolare, caratterizzata dal curioso contrasto tra il ghiacciaio Horcones, che chiude la valle, ricco di enormi seracchi e sovrastato dal nevoso ed affilato Cerro Cuerno, e la parete ovest dell’Aconcagua, rocciosa e completamente priva di neve fino alla vetta.
Il 15 gennaio partiamo per Nido de Condores (mt 5300) dove posizioniamo il primo campo e pernottiamo per migliorare l’acclimatamento; durante la notte si manifestano molti problemi con i sintomi tipici del “mal di montagna”. Il giorno successivo si torna a Plaza de Mulas per riposare, dopo le fatiche e i problemi del giorno precedente.
Il giorno 17 si decide di partire per raggiungere il secondo campo (Campo Berlin  mt. 5800). Nel frattempo, però, le condizioni atmosferiche precipitano al peggio preannunciando il famoso “viento blanco” e ci costringono a prendere la decisione di una salita rapida e lunga direttamente fino al secondo campo così, mentre il vento soffia a 80/100 km/h, con temperature a -20°, affrontiamo la scalata fino a quota 5800 dove pernottiamo.
La mattina del 18 gennaio, dopo una notte trascorsa tra raffiche di vento che scuotono in maniera impressionante la tenda, decidiamo di tentare l’attacco alla Cumbre (cima).

E ancora buio quando usciamo dalla tenda e alla luce dei nostri frontali iniziamo la faticosa arrampicata in compagnia del “viento blanco” e dopo 3 ore, quando arriviamo al cosidetto “Refugio Indipendencia” a mt. 6600, considerato il più alto del mondo, una stupenda alba andina ci dà il buongiorno facendoci ammirare un paesaggio dai colori e sfumature inimmaginabili; a questo punto inizia la parte più difficile, la famosa “canaleta” un canalone largo è ripido con pendenze fino a 40° il cui fondo è formato da un ammasso di sassi, macigni e terriccio; tutto instabile che frana sotto i nostri piedi e sfugge alla presa delle mani.
Ormai siamo sui 6800 mt. e guadagnare anche solo 10 mt. di dislivello richiede uno sforzo indescrivibile,  ma con forza di volontà e tenacia proseguiamo la nostra scalata e con un ultimo sforzo,  alle ore 10,20, di Venerdi 18 Gennaio 2003 Mario Castiglioni, Franco Dellatorre e Domenico Zito conquistano il Tetto delle Americhe, siamo sulla Cumbre dell’Aconcagua a quota 6961,83 mt. Finalmente siamo in vetta, un urlo liberatorio cede il posto alla commozione.
Dopo tutti quei sacrifici, dopo tutto quel tempo speso per la preparazione, dopo tutti i momenti passati ad immaginare come poteva essere……….adesso, quel momento, unico.
 
Il vento soffia forte e gelido con raffiche che ci costringono a stare in ginocchio per non essere sbattuti a terra, ma nonostante questo il paesaggio che si presenta ai nostri occhi dalla cima più alta delle Ande, in un cielo azzurro e limpido fino all’orizzonte per 360 gradi,
è di una bellezza indescrivibile che suscita in noi sensazioni mai provate prima, il pianto per l’emozione accompagna i nostri sguardi che in silenzio per pochi istanti hanno dimenticato la fatica patita fino in quel momento, istanti che resteranno per sempre impressi nella nostra mente.
   
Ancora più difficile si è presenta la lunga e faticosa discesa a causa del vento che aumenta con il passare delle ore, costringendoci ad una veloce discesa senza sosta ai campi intermedi, ma solo il tempo di recuperare tende e materiale, per giungere nel pomeriggio dopo 2600 mt. di dislivello al campo base, e abbracciando i nostri compagni che attendevano in ansia il nostro ritorno, che il nostro pensiero va verso quella montagna così generosa nei nostri confronti che ci ha permesso di compiere il nostro sogno, festeggiando cosi tutti insieme il successo della nostra “Expedition 2003 - Aconcagua 6961,83”.